“L’AI è un’alleata consapevole per la sicurezza sul lavoro” – Intervista all’Ing. Giovanni Masi

Giovanni Masi
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In occasione della Giornata Mondiale per la Sicurezza e la Salute nei Luoghi di Lavoro, tenutasi il 28 aprile 2025 nella Sala Convegni della Cassa Edile di Frosinone, l’ingegnere Giovanni Masi ha portato un contributo illuminante sull’intelligenza artificiale applicata alla tutela dei lavoratori. Il suo intervento, denso di rigore scientifico e umanità, ha suscitato grande interesse. Lo abbiamo incontrato per approfondire i temi trattati.

Per Masi, la giornata non è stata solo una ricorrenza simbolica: ha rappresentato un momento chiave per riaffermare l’importanza di mettere sempre la persona al centro, anche (e soprattutto) nell’era digitale. L’adozione dell’AI non deve essere vista solo come uno strumento per aumentare l’efficienza produttiva, ma come l’occasione per ripensare radicalmente il concetto di tutela. Secondo lui, costruire un’“alleanza consapevole” tra uomo e macchina è la strada per una nuova etica del lavoro, dove il valore umano ha la priorità rispetto agli interessi tecnologici o economici.

Ma cosa intende esattamente per “alleata consapevole”? L’ingegnere spiega che l’intelligenza artificiale può essere un supporto prezioso nella gestione della sicurezza, a patto che venga sviluppata e gestita con responsabilità. Deve integrarsi con le competenze umane, non sostituirle: aiutare nei momenti di rischio, supportare le decisioni, prevenire incidenti. Questo, però, può avvenire solo se alla base c’è una progettazione etica e trasparente.

Alla domanda su come si possa oggi definire l’AI, Masi risponde con chiarezza: si tratta della capacità dei sistemi informatici di apprendere dai dati, riconoscere schemi complessi, adattarsi all’ambiente e prendere decisioni autonome. Non è magia, ma l’esito di algoritmi avanzati che simulano processi cognitivi come la visione, la comprensione del linguaggio o la previsione dei comportamenti.

Uno dei punti centrali del suo intervento è stato il cambiamento di paradigma nella sicurezza: si passa da una logica reattiva – intervenire dopo l’incidente – a una preventiva e predittiva. Grazie all’AI, è possibile cogliere segnali deboli e anticipare i rischi. A supporto di questa visione, Masi cita uno studio pubblicato su IEEE Access nel 2024: analizzando oltre 220.000 report di infortuni, si è dimostrata una capacità predittiva superiore al 92%, con punte del 99% nei casi più gravi.

Naturalmente, l’ingegnere non ignora le criticità. Uno dei rischi più concreti è quello dei bias. Studi recenti hanno mostrato che alcuni modelli di AI funzionano peggio per donne e minoranze etniche, perpetuando disuguaglianze. Per evitarlo, è necessario garantire la trasparenza, la spiegabilità degli algoritmi e la rappresentatività dei dati di addestramento.

In settori ad alto rischio come quello chimico o logistico, l’AI deve dimostrare non solo di funzionare tecnicamente, ma di saper operare con sicurezza nel mondo reale. Masi cita uno studio che distingue tra “safe to operate” e “capable of operating safely”: un sistema può superare i test in laboratorio, ma fallire in ambienti complessi. Serve quindi una progettazione rigorosa, test continui, simulazioni su larga scala e un costante controllo umano.

Un riferimento importante è anche alla teoria SHAST (Synergistic Human-AI Symbiosis Theory), che promuove la collaborazione tra intelligenza artificiale e lavoratori sin dalla fase progettuale. Solo così l’AI può davvero rispondere ai bisogni e alle dinamiche reali dei contesti lavorativi.

Tra gli strumenti citati, Masi descrive con entusiasmo GSO-YOLO: un’evoluzione dell’algoritmo YOLO, pensata per l’edilizia. Questo sistema riconosce persone, veicoli e dispositivi di protezione anche in condizioni difficili, e invia allarmi in tempo reale tramite smart glasses, migliorando sicurezza e reattività.

Anche la salute mentale rientra nel campo d’azione dell’AI. Analizzando voce, espressioni facciali e dati fisiologici da dispositivi wearable, è possibile individuare segnali precoci di stress o burnout e intervenire preventivamente.

Durante emergenze come terremoti o incendi, l’AI può analizzare dati da droni e satelliti per mappare rischi, pianificare soccorsi e monitorare i soccorritori, rendendo le operazioni molto più efficaci.

Sul piano delle applicazioni concrete, Masi cita le soluzioni Intenseye e Buddywise. La prima monitora comportamenti rischiosi e l’uso dei DPI, la seconda si adatta a contesti dinamici come porti e cantieri. In ambito ergonomico, strumenti come TuMeke e 3motionAI analizzano i movimenti dei lavoratori e correggono posture scorrette, prevenendo problemi muscoloscheletrici.

L’analisi dei quasi-incidenti è un altro elemento chiave: piattaforme come Protex AI permettono di individuare e gestire i segnali deboli prima che sfocino in eventi gravi. L’AI, infatti, garantisce un’attenzione continua, senza stanchezza, capace di analizzare più aree simultaneamente e cogliere pattern invisibili all’occhio umano.

Anche la manutenzione predittiva gioca un ruolo importante: sistemi come Kiwibit consentono di prevedere i guasti, riducendo fermi macchina e rischi.

L’intelligenza artificiale generativa, poi, si rivela utile nella creazione di report, nella lettura di normative, nella personalizzazione dei percorsi formativi per la sicurezza.

La formazione stessa sta cambiando: realtà virtuale e aumentata, integrate con l’AI, permettono di simulare scenari realistici e addestrare i lavoratori in ambienti sicuri.

Infine, un’anticipazione sul futuro: i robot umanoidi. Secondo Masi, non sostituiranno gli esseri umani, ma li affiancheranno in compiti pericolosi o usuranti. Modelli come Atlas, Digit, Optimus e Figure operano in ambienti antropici, sollevando carichi o ispezionando aree a rischio. Il settore è in forte crescita e, se ben regolamentato, può aumentare sicurezza e sostenibilità.

Masi conclude con un messaggio potente: la tecnologia è già pronta, ma il vero cambiamento dipenderà dalle nostre scelte. È il momento di investire in una cultura della sicurezza centrata sulla dignità umana. Solo così, conclude, potremo davvero costruire il lavoro del futuro.

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