La scuola in panne: inseguire la gioventù?
Nel dibattito della educazione contemporanea, un fenomeno che risalta notevolmente è che la cultura giovanile ha acquisito crescente centralità, in ragione del fatto che le pratiche e i consumi dei giovani vengono spesso interpretati come anticipazioni di trasformazioni sociali più ampie. A rafforzare questa centralità ha contribuito la sempre maggiore enfasi sull’innovazione, che attribuisce ai giovani non solo il ruolo di consumatori, ma anche di produttori della stessa. Ne deriva una valutazione generalmente positiva delle pratiche tecnologiche giovanili, che sono considerate indicatori di importante aderenza al cambiamento e anticipazioni delle future evoluzioni della comunicazione. In questo contesto, la scuola allo scopo di inseguire spasmodicamente tale cultura giovanile, si è avvalsa anche dell’introduzione delle nuove tecnologie, trasformando questo proposito in una retorica educativa tra le più diffuse. Tuttavia, tale tendenza ha finito per alimentare un improprio senso di inferiorità della scuola rispetto al mondo esterno e si è dimostrata poco efficace nel costruire un supporto educativo autenticamente critico nei confronti del digitale.
Media education: uso consapevole della tecnologia a scuola
Per tali motivi, in accordo con le analisi del professor Marco Gui, pensiamo che prima ancora di fare didattica con le tecnologie sia urgente educare all’uso consapevole dei media (media education). Il professore Antonio Calvani sintetizza bene la differenza sostanziale tra education technology e media education. L’education technology è la didattica che fa uso delle tecnologie digitali come supporto ai processi di insegnamento e apprendimento. La media education invece è lo sviluppo di un approccio di analisi critica dei media, visti come linguaggi e artefatti culturali.
Se, da un lato, è riconosciuto che la media education dovrebbe accompagnare l’education technology, dall’altro, è possibile affermare – alla luce di evidenze sperimentali –, che un uso didattico dei media digitali senza un precedente sviluppo di un pensiero critico sugli stessi può diventare addirittura controproducente dal punto di vista attentivo e cognitivo. Ne è una testimonianza lo studio del professor Rivoltella del 2012, intitolato Motus-Monitoring tablet Utilization in School il quale evidenzia che, mentre il punto forte delle sperimentazioni dei tablet all’interno delle scuole italiane è il coinvolgimento degli alunni con performance scolastiche più basse, in quasi tutte le sperimentazioni è emerso un problema di distrazione causato dalla multifunzionalità degli strumenti.
Dunque, il compito, e insieme la sfida, della scuola oggi è in primo luogo quello di preparare le prossime generazioni a un uso critico degli strumenti attraverso cui la cultura si crea e viene trasmessa. Da questo punto di vista, relativo non tanto ai suoi metodi o strumenti didattici quanto all’oggetto della sua attenzione, la digitalizzazione può essere interpretata come una vera e propria rivoluzione per la scuola. Sul piano meramente didattico, invece, la digitalizzazione rappresenta un arricchimento incrementale degli strumenti a sua disposizione, poiché, come sostiene Neil Selwyn, se usata in modo appropriato, la tecnologia digitale può costituire un potente complemento alla cassetta degli attrezzi di ogni insegnante.
Non neutralità della tecnologia: le sfide dell’insegnante
Quest’ultimo è oggi chiamato, sotto il profilo etico, a rendere gli studenti consapevoli della non neutralità delle piattaforme digitali, mettendo in luce gli interessi commerciali e i meccanismi algoritmici che influenzano le loro vite. Ciò non è possibile senza prima fare chiarezza sul significato di “media” e di “neutralità”: se i media sono intesi come semplici canali di comunicazione (filo telefonico o canale radio), le loro finalità d’uso dipendono principalmente dall’utilizzatore; se invece sono considerati ambienti mediali complessi, come i social network, le finalità d’uso dipendono in misura notevole anche da chi li gestisce e li progetta, poiché il design delle piattaforme orienta e determina comportamenti e reazioni degli utenti. Riguardo al ruolo del docente nella lezione, Calvani sostiene, sulla base di evidenze sperimentali, che è sbagliato criticare la lezione frontale o la guida istruttiva in sé, in quanto restano elementi fondamentali da preservare nella didattica. Le accuse di passivizzazione rispetto a tale metodo pedagogico vanno attribuite invece alle modalità con cui la lezione frontale viene condotta: infatti, essa risulta poco efficace quando manca l’interattività, quando il docente non padroneggia adeguatamente i contenuti, quando non collega i nuovi saperi alle preconoscenze degli studenti e quando non gestisce in modo efficace il tempo, il ritmo e la quantità delle informazioni.
Conclusioni
Per concludere, la prima urgenza di investimento non è oggi la didattica con le tecnologie, ma lo sviluppo di un approccio critico al mondo digitale. Mentre la prima ha finora assorbito quasi tutte le risorse ma non ha mostrato vantaggi sistemici rilevanti, il secondo è stato pesantemente marginalizzato. Tale presa di coscienza non deve però portare nella direzione opposta di un rifiuto del cambiamento o della digitalizzazione a scuola. Al contrario, la digitalizzazione della scuola rappresenta un nuovo, straordinario e urgente campo di riflessione. Pur non essendo la tecnologia di per sé a cambiare la scuola, senza occuparsene quest’ultima non sarebbe in grado di educare i giovani a comprendere e guidare il cambiamento.
Bibliografia:
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