AI e noi. Abitare il ritardo e tentare l’anticipazione: tre fatti del 2025 possono aiutarci a capire.

AI
L'intelligenza artificiale avanza più velocemente di quanto l'uomo riesca a pensarla, regolarla, viverla. Partendo da tre fatti accaduti nel 2025 — l'uso dell'IA in alcune comunità religiose americane, le prime parole di Papa Leone XIV sul tema, il suo primo viaggio internazionale — si propone una riflessione su una dinamica strutturale: l'uomo è sempre, costitutivamente, in ritardo sulla propria tecnica e tenta così di anticiparla con il proprio pensiero. Con l'aiuto di Günther Anders e Bernard Stiegler, il testo propone di leggere questo ritardo non come colpa da sanare in fretta, ma come spazio da abitare con consapevolezza. A una condizione: che l'uomo resti al centro.
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Una piccola introduzione

Il tema dell’Intelligenza Artificiale (AI) come esempio di divario tra lo sviluppo tecnico e la capacità umana di governarlo eticamente è oggi prepotentemente balzato all’attenzione di tutti. La sfida è posta dalla distanza tra i principi di alto livello, da una parte, e le tecniche concrete attraverso cui quei principi dovrebbero tradursi in pratica, dall’altra. Dall’interno del campo della tecnica, che tende a presentarsi come generativo di soluzioni, nasce invece un grosso problema. La stessa questione sembra piuttosto suggerire che il problema sta essenzialmente nei tempi: la tecnologia avanza e il pensiero — etico, giuridico, teologico, politico — fatica e ritarda a tenerle il passo. Tre fatti, verificatisi tra gennaio e dicembre del 2025, offrono su questo tema un terreno di analisi vivace e concreto. Non si tratta di giudicarli ma di commentarli, come contesto nel quale calare, da angolazioni diverse, la stessa dinamica: quella tra anticipazione tecnologica, da un lato, e ritardo umano, dall’altro.

Per offrire una sommaria cornice di pensiero, non è forse inutile rammentare che Günther Anders, nei due volumi de L’uomo è antiquato (1956 e 1980), formulò quello che chiamò il divario prometeico: l’uomo moderno sa produrre ciò che non sa immaginare, sa fare ciò di cui non riesce a misurare le conseguenze. La capacità di fabbricare supera la capacità di sentire e di pensare. Questo scarto non è accidentale né colmabile con un poco di buona volontà: è strutturale, ed è tanto più ampio quanto più rapida è la produzione tecnica. Con l’intelligenza artificiale il divario raggiunge una soglia qualitativamente nuova, perché la velocità di sviluppo non è più soltanto il ritmo di una fabbrica ma il ritmo di un sistema che apprende e si modifica autonomamente. Bernard Stiegler, in La Technique et le Temps (1994-2001), porta questo problema su un piano ancora più radicale. Per Stiegler la tecnica non è uno strumento che l’uomo usa: è la condizione stessa entro cui l’uomo si costituisce come essere temporale. La tecnica anticipa — porta con sé forme di memoria, di attesa, di organizzazione del tempo che precedono e condizionano l’esperienza umana. Il ritardo non è dunque un momento passeggero di disattenzione collettiva: è la struttura normale del rapporto tra uomo e oggetto tecnico. L’uomo è sempre, costitutivamente, in ritardo sulla propria tecnica. Il problema dell’IA non è allora come accelerare la risposta etica e politica, ma come abitare consapevolmente questo ritardo — come farne non un vuoto di governo ma uno spazio di cura.

I tre fatti

Il primo dei tre fatti che si desidera esaminare è offerto da un valido reporter del New York Times, Eli Tan, in un suo articolo apparso il 17 gennaio 2025 (When the Word Is Not Just Flesh: Reporting on A.I. in Religion). Costui si occupava di tecnologia e raccontò di essersi imbattuto per caso in un gruppo Facebook chiamato “A.I. for Church Leaders and Pastors“: una comunità di leader religiosi che discuteva aggiornamenti ai programmi di intelligenza artificiale, usava generatori di immagini per ricostruire scene bibliche e si interrogava su come integrare questi strumenti nella pratica pastorale quotidiana. La scoperta lo spinse a un’indagine più ampia: visitò chiese, sinagoghe, moschee; intervistò pastori, rabbini, imam. Quello che trovò non fu né entusiasmo ingenuo né rifiuto ideologico, ma qualcosa di più inquietante: l’IA era già dentro le comunità religiose, prima ancora che qualsiasi autorità avesse stabilito se e come usarla.

Il caso più emblematico che il reporter descrisse fu quello del rabbino Josh Fixler, che con l’aiuto di un ricercatore musulmano di intelligenza artificiale aveva creato un programma chiamato “Rabbi Bot“: addestrato sui sermoni precedenti del rabbino, il sistema era capace di scrivere prediche nel suo stile e di pronunciarle durante le funzioni con una versione sintetica della sua voce, come se parlasse dall’alto, attraverso gli altoparlanti della sinagoga. Il reporter descrisse la scena come al tempo stesso affascinante e destabilizzante. Un altro pastore, Jay Cooper di Austin, Texas, pose la domanda nella sua forma più nuda: può Dio parlare attraverso una macchina?

Nessuno nell’articolo rispose. E questa assenza di risposta è precisamente il punto. Non perché la domanda fosse oziosa, ma perché le comunità si trovavano e sempre più si troveranno a dover decidere, settimana dopo settimana, se usare o non usare questi strumenti, senza che esista ancora una riflessione teologica o etica elaborata che le guidi. Il ritardo di cui parlano Anders e Stiegler non appartiene qui ai governi o alle grandi istituzioni: è vissuto da un pastore texano che deve preparare la predica di domenica, da un rabbino che si chiede se la propria voce sintetica tradisca o amplifichi il suo ministero. Il divario prometeico non è astratto: ha un volto, una congregazione, un microfono aperto.

Il secondo fatto è offerto dalle parole del Santo Padre: il neoeletto Leone XIV — americano, nato nel 1955, primo pontefice della generazione dei baby boomer — compì un fatto insolito: tra le prime parole pubbliche di un nuovo papa, accanto ai temi attesi di pace e unità, comparve l’intelligenza artificiale. Nel discorso inaugurale al Collegio dei Cardinali, Papa Leone dichiarò che la Chiesa avrebbe dovuto affrontare i rischi che l’IA poneva alla dignità umana, alla giustizia e al lavoro. Fu una presa di posizione rapida, che sorprese persino i suoi più stretti collaboratori. Paolo Benanti, francescano e importante consulente vaticano sull’etica dell’IA, ricordava che appena quindici anni prima i suoi stessi direttori di dottorato lo consideravano bizzarro, per voler studiare il potenziamento umano e i cyborg. Oggi quel tema è tra le prime preoccupazioni di un papa.

Il terzo fatto è costituito dal primo viaggio internazionale del Pontefice in Turchia e Libano. Papa Leone parla di IA in ogni tappa, la intreccia al suo appello per la pace e la connessione umana, usa i social media con naturalezza, racconta di aver iniziato la mattina giocando a Wordle. Il suo predecessore fu il primo papa a partecipare ad un selfie con alcuni giovani ma soprattutto avviò una riflessione sull’ecologia integrale con la Laudato si’ . Ora Papa Leone raccoglie e porta oltre quell’apertura e quell’attenzione, abitando il mondo digitale non più come strumento estraneo ma come ambiente familiare. Eppure i suoi stessi interlocutori — teologi, esperti di etica tecnologica, consulenti vaticani — segnalano un limite preciso: le sue parole sull’IA sono finora prive di una proposta concreta. Il Pontefice chiama i responsabili allo stesso tavolo, esorta, ammonisce, ripete che i benefici della tecnologia non devono restare appannaggio di pochi. Ma non dice ancora come.

Alcune considerazioni e una possibile conclusione, almeno metodologica

Questo apparente limite, tuttavia, può essere letto in due modi. La lettura più superficiale lo vede come un difetto: un papa che parla senza un programma. Oppure, proprio richiamando la categoria stiegleriana di ritardo strutturale, può essere che il rapporto tra uomo e tecnica sia costitutivamente asimmetrico. Se la tecnica anticipa sempre l’uomo, portando con sé forme di tempo e di organizzazione dell’esperienza che l’uomo non ha ancora assimilato, allora la posizione di Papa Leone non è una lacuna da colmare in fretta, ma qualcosa di più onesto e amorevole: è la sospensione del giudizio davanti a una realtà che non si lascia ancora dominare concettualmente. È l’occhio benevolente del pastore che coglie lo smarrimento del gregge, pure ammettendo il proprio quale servo dei servi di Dio. Papa Leone guarda, nomina, convoca. Non legifera e tantomeno asserisce imposizioni. E in questo obiettivamente pare rispettare la natura stessa del problema: l’intelligenza artificiale è un fenomeno che richiede prima di tutto di essere abitato con attenzione, prima che con norme. La riflessione precede necessariamente la prescrizione, e chi pretende di saltare questo passaggio — governi, corporazioni, persino istituzioni morali — rischia di produrre regole che inseguono una realtà già altrove. Intervenire è necessario ma la prudenza è d’obbligo.

Una considerazione importante, prima di concludere. Qualunque cosa l’intelligenza artificiale sia o diventi, il soggetto resta l’uomo, che produce la tecnologia, la usa, la subisce, tenta di governarla. La macchina non è un interlocutore morale, non porta responsabilità, non ha nulla in gioco. Tutto ciò che ha peso — eticamente, politicamente, spiritualmente — ricade su chi la macchina la abita. Stabilito questo, il ritardo di cui i tre fatti esaminati sono testimonianza non appare come una colpa collettiva da sanare con urgenza, ma come la condizione normale di un essere che si trova, ancora una volta nella storia, a fare i conti con uno strumento più veloce della propria capacità di pensarlo. Anders e Stiegler ci hanno insegnato che questo scarto è strutturale: non si chiude, si abita. La domanda vera non è dunque come accelerare la risposta etica, giuridica o teologica per metterla in pari con la tecnologia — sarebbe un’illusione. È piuttosto come fare del ritardo uno spazio di riflessione consapevole, anziché di semplice inseguimento. Chi guarda, stimola una riflessione e sospende il giudizio sulle concrete modalità di intervento ha però certezza metodologica, da rammentare sempre: la centralità della persona.

Bibliografia

  1. Eli Tan, “When the Word Is Not Just Flesh: Reporting on A.I. in Religion. A technology reporter came across a Facebook group called “A.I. for Church Leaders and Pastors,” and his interest was piqued.”, The New York Times, Jan. 17, 2025;
  2. Motoko Rich and Adam Satariano, “Top Priority for Pope Leo: Warn the World of the A.I. Threat. While it is far too early to say how he will use his platform to address such issues, his focus shows he is a church leader who grasps the gravity of this modern concern.”, The New York Times, May 15, 2025;
  3. Motoko Rich, “With A.I. and Wordle, Pope Leo Proves to Be a Pope of the Digital Age. On his first trip as pontiff, Leo XIV predictably called for peace and unity. But he also addressed technology’s promise and pitfalls”. The New York Times, Dec. 5, 2025;
  4. Günther Anders, “L’uomo è antiquato – I: Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale” Bollati Boringhieri, Torino 2007;
  5. Günther Anders, “L’uomo è antiquato – II: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale”, Bollati Boringhieri, Torino 2003;
  6. Bernard Stiegler, “La colpa di Epimeteo. La tecnica e il tempo (Vol. 1)”, prefazione e traduzione di Paolo Vignola, Luiss ed., Roma 2023.

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