Un articolo scritto alla fine della frequenza di un Corso del Diploma di alta specializzazione in Etica e Intelligenza Artificiale con indirizzo giuridico e da pubblicare su di un sito intitolato Il Fatto Digitale, dovrebbe quasi necessariamente, avere attinenza con il tema.
Non credo che quest’articolo ne avrà alcuna.
Nella cacofonia di voci che affannosamente si danno a spiegare vantaggi e pericoli della Intelligenza Artificiale, da ora in poi IA, infatti, personalmente avverto piuttosto il pericolo che si tralasci di valutare lo stato attuale della nostra società.
Questo breve scritto, quindi, rischia di essere fuori contesto, mi consolo tuttavia quando constato che non sono il solo: nel discorso ai partecipanti alla Conferenza «Artificial Intelligence and care of our common home» pronunciato il 05.12.2025, anche il Papa sembrava essere fuori contesto!
Ci tornerò, ma occorre una premessa per spiegare quale sia il pericolo a cui accennavo sopra.
Dopo la guerra mondiale a pezzi, espressione particolarmente pregnante coniata da Papa Francesco, assistiamo ad un incremento esponenziale della violenza nei rapporti di genere e giovanile quasi inspiegabile, ma anche alla polverizzazione del Diritto Internazionale che, peraltro, era stata da tempo preannunciata da espressioni di uomini quasi sconosciuti solo pochi anni fa. Due frasi valgono a spiegarmi: «Competition is for losers», affermazione di Peter Thiel CEO di Palantir, una delle società più potenti non solo economicamente, ma anche politicamente, negli USA e la definizione dei Trattati internazionali che garantiscono l’indipendenza e la sovranità delle nazioni come «international niceties» e cioè «sottigliezza buoniste» usata dal Vicecapo di Gabinetto e consigliere per la Sicurezza interna del Presidente degli Stati Uniti, Stephen Miller, il quale ha poi aggiunto che «…viviamo in un mondo, quello vero, governato dal potere e dalla forza, è una ferrea legge in vigore dall’alba dei tempi».
Le due espressioni, anche perché pronunciate da persone diverse in diverse date, fra loro distanti anni, potrebbero apparire non connesse, così come alcuna connessione sembrerebbe esserci fra tali espressioni e la violenza che sembra permeare la nostra società. A me, invece, sembra che le unisca un fil rouge che mostra come si è evoluto il pensiero filosofico e quello politico dell’ultimo decennio.
L’affermazione di Thiel, per chi non l’avesse capita, celebra il superamento non della democrazia, ma addirittura del capitalismo di cui lui stesso e gli USA dovrebbero essere alfieri. Il principio non è più la libera competizione perché vinca il migliore, ma è la legge del più forte, dell’homo hominis lupus, principio che, se applicato nei rapporti internazionali, permette di affermare che i Trattati sono sottigliezze buoniste, perché anche nei rapporti fra Stati, vale la legge del più forte che è, infine, la caratteristica della violenza sociale a cui sopra facevo cenno. Nel frattempo, la discussione sui vincoli etici da porre alle applicazioni di IA prosegue senza sosta, ma tali discussioni, pur necessarie ed utili, sono a mio avviso distraenti. Nel senso che distraggono dal tema che dovrebbe essere centrale: la nostra etica, l’etica dell’uomo inteso come persona. In altri termini: qual è l’etica che possiamo pensare applicabile ad una macchina, se noi per primi abbiamo perso il senso del nostro vivere, tanto che si può tranquillamente affermare che la regola è homo hominis lupus?
Poi mi imbatto nel discorso del Santo Padre a cui facevo più sopra riferimento. Lo leggo e lo rileggo con attenzione; ne traggo una prima sensazione: è fuori contesto. Che cosa c’entra con la IA la domanda «…cosa significa essere umani in quest’epoca?» ed ancora: «Riconoscere e rispettare ciò che caratterizza la persona umana e ne garantisce la crescita armoniosa è essenziale per impostare una cornice adeguata a gestire le implicazioni dell’intelligenza artificiale».
Fino all’ultimo inciso: «La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenza non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Quest’ultima richiede anche la disponibilità a confrontarsi con il mistero, con le domande ultime della nostra esistenza, realtà spesso emarginate e persino irrise dai modelli culturali e di sviluppo prevalenti».
Converrete con me che parlare di mistero là dove si discute di capacità computazionali, può apparire fuori contesto e poi, mistero, miracolo, sono parole oggi difficili, addirittura indigeste.
Via, diciamolo: in primo luogo noi cattolici, quando sentiamo parlare di miracoli incominciamo ad avvertire un certo disagio ed il pensiero va ai tanti santoni e santone adeguatamente pubblicizzati dalla stampa, alle tante madonne che piangono sangue. Insomma, preferiamo non parlarne.
E così cerchiamo certezze e cosa può dare certezza del domani più della scienza e della tecnica?
Perché ciò che la scienza e la tecnica non hanno spiegato fino ad oggi, lo spiegheranno domani!
Il mistero, insomma, è una categoria che non trova albergo nel mondo moderno. Tutto ciò accade proprio quando la scienza incappa nei misteri della fisica e meccanica quantistica, proprio quando la paleontologia nega alcuni dati che apparivano indiscutibili sull’evoluzione dell’uomo, per cui a prevalere non sarebbe stata la specie più forte, ma quella che meglio si è adattata.
Ma se per la fede il confrontarsi con il mistero è pratica quotidiana, oggi la percezione, non solo della gente comune, ma anche degli scienziati e degli stessi filosofi della tecnica è, come più sopra dicevo, che ciò che non è spiegato o spiegabile lo sarà, prima o poi.
Così non è: un fisico di chiara fama, Guido Tonelli (L’eleganza del vuoto, ed. Feltrinelli) afferma: «noi scienziati moderni…non siamo in grado di dare alcuna spiegazione a una forma di energia misteriosa che pervade l’universo intero…il novantacinque per cento dell’universo è fatto di componenti materiali che ci sono del tutto sconosciuti».
Anche la scienza, quindi, si confronta con il mistero.
Se invece la si ritiene in grado di spiegare tutto, essa diviene fanatismo che equivale alla peggiore forma di ignoranza, quella che «fa coincidere lo scibile umano con ciò che si sa già» (Antonio Gurrado, Il Foglio 06.01.2026).
È la dimensione dell’inesplicabile che è andata perduta nel discorso filosofico e poi nella percezione dell’umanità, forse sarebbe meglio dire che è la paura dell’inesplicabile che oggi ci condiziona.
Senza l’inesplicabile, tuttavia, non c’è lo stupore, la meraviglia e senza meraviglia non c’è speranza: essa è figlia del mistero che desta meraviglia e la meraviglia è il motore della conoscenza, di una conoscenza che non è la capacità di «accedere a vaste quantità di dati», ma capacità di trarne significato e valore. La meraviglia, come affermava Aristotele, è la capacità di lasciarsi sorprendere, di rimanere in ascolto della voce delle cose, riconoscendo di non sapere. È proprio questo il punto: se non siamo più capaci di meravigliarci, accettando il mistero, rinunciamo al nostro ruolo.