Intelligenza Artificiale e(in)voluzione della specie umana

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L’intelligenza artificiale, al pari di altre tecnologie che hanno rivoluzionato il nostro modo di stare al mondo, ha sicuramente un effetto dirompente sull’essere umano, al punto tale da chiederci se detti effetti possano avere un’incidenza sull’evoluzione della specie umana.

“Essere tecnologici”

Sempre più frequentemente ci affidiamo a sistemi di intelligenza artificiale, soprattutto quella generativa, per motivi di studio, lavoro, ricerca, sanitario, scientifico, e più in generale per la risoluzione di qualsiasi problematica, da ultimo anche per fini erotici.

L’AI è diventata talmente pervasiva nella nostra esistenza che sarebbe impensabile concepire un mondo senza di essa: abbiamo reso l’intelligenza artificiale una fonte a cui ricorrere per “qualsiasi cosa”.

I dati statistici lo confermano, in Italia sono stati infatti, nel mese di ottobre 2025, oltre sedici milioni gli utilizzatori mensili che hanno fatto ricorso ad almeno un’applicazione di AI, quindi il 35% della popolazione italiana è online, con un incremento dell’89% rispetto all’ottobre 20241.

Volgendo lo sguardo sul mondo le percentuali sono sorprendenti, secondo gli ultimi dati del 2025 il 66% della popolazione mondiale utilizza regolarmente l’AI, e la sua diffusione è aumentata negli ultimi anni in modo talmente esponenziale2 da non riuscire più nemmeno a stare al passo con le “new entry”, tra continui aggiornamenti delle versioni esistenti e il lancio di nuove piattaforme digitali.

Questo continuo affidamento, questo “essere tecnologici” solleva non pochi dilemmi di ordine etico, politico, economico, giuridico, sociale, ma anche scientifico, spingendo pertanto la nostra riflessione sulle eventuali conseguenze che l’AI possa avere sul processo evolutivo biologico della specie umana.

Premettendo che tutte le innovazioni tecnologiche hanno comunque delle conseguenze sui processi cognitivi, anzi secondo alcuni studiosi è proprio grazie alla tecnologia che l’Homo si è reso Homo sapiens, ovvero in virtù dell’utilizzo di artefatti che nel corso di centinaia di migliaia di anni ne hanno influenzato il processo evolutivo, così determinando l’attuale conformazione della specie.

L’innovazione tecnologica, dunque, non determina per il cervello la perdita di capacità, si riconfigura soltanto in modo diverso, rielaborando ulteriori funzioni spesso associate alle nuove tecnologie, che gli consentono di aggiungere informazioni al processo cognitivo. Tuttavia, nel caso dell’intelligenza artificiale, trattandosi di “un’arma potente”, un uso improprio si profila davvero molto pericoloso3.

E(in)voluzione cognitiva?!

La domanda pertanto che ci poniamo riguarda proprio quali possano essere i reali effetti prodotti dall’intelligenza artificiale sulle capacità cognitive della specie umana, ovverosia se l’utilizzo massiccio dell’AI nella vita quotidiana possa in qualche modo compromettere o, viceversa, potenziare le facoltà cerebrali dell’individuo.

Volgendo un attimo lo sguardo al passato, Melvin Kranzberg sosteneva che «la tecnologia non è né buona né cattiva; né è neutra»4, trattasi di una citazione che si riporta all’idea di fondo della “non-neutralità” emersa già nel pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels, secondo cui la tecnologia non è soltanto uno strumento per un fine, ma la stessa materializza rapporti di potere e ideologie, atteso che ci sono delle tecnologie che favoriscono, per esempio, l’esclusività, il monopolio, l’oppressione, l’omologazione della specie, mentre altre favoriscono processi di democratizzazione, condivisione della conoscenza, emancipazione e così via.

Pertanto, cambiando le tecnologie cambiano i rapporti di forza, cambia il modo in cui la società si configura, cambia anche il processo evolutivo della specie.

Con riguardo al presente, al tempo cosiddetto della “rivoluzione digitale”, la succitata doppia anima si riafferma ancora con più forza, al punto tale da avvertire la necessità di avviare uno studio scientifico su che cosa accade al nostro cervello quando usiamo in misura pervasiva l’intelligenza artificiale.

Ed è così che, con la recente ricerca dal titolo “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt whenUsing an AI Assistant for Essay Writing Task” condotta da un gruppo di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT)5, si è riusciti a dimostrare che l’utilizzo intensivo di intelligenza artificiale potrebbe ridurre le capacità cerebrali, in particolare quelle legate al pensiero critico e alla memoria.

Nello specifico, i ricercatori del MIT sono riusciti a misurare con precisione le reazioni del cervello quando il soggetto che scrive si avvale o meno del supporto dell’AI, così registrando gli effetti prodotti sul cervello.

Ai fini del suddetto esperimento sono stati coinvolti 54 persone adulte, di età compresa tra i 18 e i 39 anni, suddivisi in tre gruppi, ai quali è stata affidata loro la redazione di un saggio standard, ciascuno con modalità differenti, rispettivamente: i) con l’utilizzo di ChatGPT; ii) con i tradizionali motori di ricerca; iii) senza l’ausilio di alcun fattore esterno, ma solo facendo ricorso alle proprie facoltà mentali.

Durante la stesura, tutti i soggetti coinvolti avevano la testa collegata ad un’elettroencefalografia (EEG), per monitorare e registrare in tempo reale i livelli di connettività tra le diverse aree del cervello.

I risultati di connettività sono risultati differenti a seconda del gruppo di appartenenza e quindi dello strumento utilizzato:

  1. per il primo gruppo che aveva utilizzato ChatGPT, emergeva una riduzione dell’attività cerebrale con limitazione della capacità di apprendimento;
  2. per il secondo gruppo che aveva utilizzato soltanto i tradizionali motori di ricerca, emergeva in particolare l’utilizzazione della corteccia visiva, considerato che l’informazione prima veniva guardata e poi assemblata;
  3. per il terzo gruppo che aveva fatto ricorso soltanto alle proprie risorse mentali, senza alcun ausilio esterno, emergeva la stimolazione delle regioni responsabili dell’ideazione creativa, dell’integrazione dei significati e dell’auto-monitoraggio.

Il particolare rilevante di questa ricerca è stato che, quando il primo gruppo che aveva usato ChatGPT era passato a scrivere nell’ultima prova senza l’ausilio dell’intelligenza artificiale, l’attività cerebrale era rimasta allo stesso modo più bassa, con minore capacità di percezione del testo e ridotta memoria dei contenuti prodotti.

Questi dati già da soli sollevano interrogativi importanti sull’impatto a lungo termine del ricorso all’intelligenza artificiale nei processi cognitivi.

A ciò si aggiunga che, oltre alla ricerca del MIT, ci sono stati altri istituti che hanno indagato sul fenomeno, dimostrando nel 2025 come dei giovani adulti, compresi nella fascia tra i 17 e 25 anni di età, grandi utilizzatori di AI, soffrono altresì di una minore capacità di pensiero critico, definita da alcuni autori come “cognitive offloading”, ossia l’attitudine di relegare alla tecnologia i processi mentali complessi.

Conclusioni

E’ innegabile che l’intelligenza artificiale applicata in alcuni ambiti, come ad esempio quello sanitario, scientifico, biologico, favorirà il processo evolutivo della specie umana: basti pensare al “sistema di predizione delle proteine”, ossia un modello di intelligenza artificiale che prevede le strutture complesse delle proteine, per i quali Demis Hassabis e John M. Jumber hanno ricevuto il premio Nobel per la chimica nel 2024, avendo in questo modo risolto un problema vecchio di 50 anni6.

Ma è altrettanto innegabile che in altri ambiti, come ad esempio quello formativo-scolastico, l’intelligenza artificiale potrebbe costituire un concreto fattore di rischio per l’e(in)voluzione della specie umana.


      Bibliografia

  1. Rilevazioni della piattaforma di digital analytics MyMetrix di Comscore in: https://www.orizzontescuola.it/lintelligenza-artificiale-raggiunge-16-milioni-di-utenti-in-italia-chatgpt-domina-il-mercato-perplexity-registra-una-crescita-del-2-351-in-un-anno-secondo-i-dati-comscore/ ↩︎
  2. C. Iovino, Quante Persone Utilizzano L’Intelligenza Artificiale? (Dati e Statistiche 2025), inhttps://cristianiovino.com/quante-persone-utilizzano-l-intelligenza-artificiale/ ↩︎
  3. E. Bruner, Evoluzione umana e tecnologia: come il nostro cervello si adatta all’era digitale, di D. Biga, in https://www.associazionemedialab.it/evoluzione-umana-e-tecnologia/ ↩︎
  4. M. Kranzberg, Technology and History (1986) ↩︎
  5. S. Elia, Gli effetti della AI sul cervello, UniD Professional, 19 luglio 2025, in https://www.unidprofessional.com/effetti-della-ai-sul-cervello/. Sul tema, cfr. anche F. Gonzales, Che effetto ha ChatGPT sul cervello? Uno studio ha una risposta poco rassicurante, 28 giugno 2025, in https://www.wired.it/article/chatgpt-cervello-effetti-studio/; e M. Ragg, L’impatto dell’intelligenza artificiale sulle prestazioni cognitive, 1 dicembre 2025, in https://www.salute.it/impatto-intelligenza-artificiale-sulle-prestazioni-cognitive/. ↩︎
  6. The Nobel Prize, in https://www.nobelprize.org/prizes/chemistry/2024/press-release/. ↩︎

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